La sostenibilità, una leva di crescita alla portata di tutte le imprese

Intervista a Francesco Ferrara, Corporate Responsibility leader per PwC Italia

a cura di Silvia Camisasca

1 luglio 2021

Istituzioni, imprese, finanza, società civile: l’intera comunità, in ogni sua parte, è coinvolta nel processo di sviluppo sostenibile, poiché i cambiamenti, su scala globale, a cui stiamo assistendo -urbanizzazione, invecchiamento demografico, crisi climatica, impoverimento di risorse naturali- impattano su stili di vita, processi produttivi, relazioni tra individui e con l’ambiente. Si fa sempre più pressante l’esigenza di un ripensamento in termini sostenibili di un modello di crescita -quello lineare- ormai incompatibile con le sfide in campo, ampiamente richiesto, per altro, anche da investitori e stakeholders, impegnati ad invitare le organizzazioni all’azione.

“La prosperità del business è collegata alla sua capacità di adattarsi al contesto, valutandone i rischi e la loro evoluzione nel tempo, e di cogliere tempestivamente i segnali dai mercati” spiega Francesco Ferrara, responsabile in PwC per l'Italia delle attività Csr e del programma Net Zero, finalizzato alla decarbonizzazione delle attività di PwC entro il 2030, sottolineando “il carattere di pervasività di una trasformazione fortemente sostenuta dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, destinata ad imprimere una svolta epocale al Paese, anche perché rappresenta una straordinaria opportunità rigenerativa, a cui le aziende non possono rinunciare”

Quali temi ritiene prioritari per l’agenda delle imprese nel nostro Paese?

Certamente quelli legati al cambiamento climatico, ritenuti a lungo di interesse esclusivo di poche élite. Oggi è chiaro che la riduzione delle emissioni di gas serra non frena le attività delle imprese: al contrario, è una garanzia per il loro futuro, perché ne favorisce la crescita e ne libera tutto il potenziale di adattamento e cambiamento, anche ecologico. Così come ormai il rischio finanziario associato al cambiamento climatico è oggetto di studio, e misurato molto concretamente, da parte di investitori, amministratori e banchieri. Questo significa che climate change, emissioni carboniche e valore economico di un’azienda sono strettamente e direttamente intrecciate. Siamo ora nelle condizioni di incidere sul nostro impatto ambientale, non penalizzando i risultati economici, ma, al contrario, rendendo attrattiva l’impresa per talenti, investimenti e risorse finanziarie

La sostenibilità, una leva di crescita alla portata di tutte le imprese

Questo richiede lungimiranza e valutazione a 360° degli impatti del cambiamento climatico su attività e funzioni aziendali. Richiede… strategia

La sostenibilità non può non essere integrata nei piani strategici delle aziende. I cda dei grandi gruppi ne sono ormai consapevoli e sempre più “demanding” sui temi ESG nei confronti dell’AD e del management team. Negli ultimi 5 anni abbiamo assistito a un processo di upskilling, in parte guidato, nelle società quotate, dagli amministratori indipendenti di minoranza, che hanno agito spesso spronando gli AD, contando su esperienze internazionali: UK, Nord Europa o USA, solitamente.

Il cluster delle aziende di medie e piccole dimensioni dimostra mediamente un livello di maturità più basso. Anche le società quotate in questo gruppo, al netto di poche virtuose eccezioni, faticano a spingersi oltre una pura compliance, limitandosi al minimo indispensabile previsto dalla normativa. Ci sono alcuni tentativi, guidati da imprenditori e manager illuminati, in settori in cui è indispensabile integrare la sostenibilità nella propria strategia, come energia, oil and gas, fashion, alimentare, che si realizzano sempre più spesso nella forma legale della società benefit (su cui l’Italia ha una normativa all’avanguardia), scelta come strumento di rafforzamento del posizionamento dell’impresa su temi di sostenibilità. In generale, però, le PMI sono ancora restie ad un approccio proattivo e strategico al tema della sostenibilità o, non di rado, semplicistico o superato.

Per altro, specialmente le imprese familiari, anche di dimensioni rilevanti e/o con controllate all’estero, evidenziano un certo ritardo rispetto alle dimensioni ESG

Esatto. Ci sono alcune caratteristiche di fondo: potere in capo ai membri della famiglia, basso livello di management, processi di digitalizzazione ancora poco perfezionati, vicinanza ai territori di appartenenza ma con un approccio di sostegno alle charity non sistemico, per alcune realtà propensione all’innovazione non strutturale, attenzione all’ambiente di tipo reattivo. Da un lato, questi aspetti rendono inevitabilmente tali aziende ancora poco permeabili ai cambiamenti legati alla sostenibilità, dall’altro, tuttavia la flessibilità delle nostre imprese familiari rende possibile un rapido e organico spostamento sulle tematiche ESG.

La sostenibilità, una leva di crescita alla portata di tutte le imprese

Quale è il livello di maturità del mondo finanziaria su questo fronte?

Gli investitori sono sempre più consapevoli che le aziende che gestiscono proattivamente le tematiche ESG reggono meglio gli urti dei mercati e reagiscono con performance eccellenti rispetto ai loro competitor: non a caso, i temi ESG integrano ormai i tradizionali criteri di investimento. Quindi, oltre a un potenziale rialzo reputazionale, l’orientamento verso prodotti e imprese ESG-driven, anche alla luce delle performance di mercato, è netto: nel 2020, le imprese con i rating ESG più elevati hanno mostrato maggiori rendimenti differenziali, nonché resilienza anche nel contesto di un’emergenza senza pari. 

In PwC avete realizzato lo studio “2022 - The growth opportunity of the century”, da cui emerge che oltre il 75% degli investitori istituzionali europei intende interrompere l'acquisto di prodotti europei non ESG entro i prossimi due anni; e il 72% dei fondi di Private Equity nello studio “Private equity’s ESG journey” dichiara di valutare i rischi ESG nella fase di “due diligence” delle aziende target

Sì, gli investimenti che integrano nella loro strategia profili di sostenibilità stanno avendo una diffusione senza precedenti. Del resto, anche in termini di sustainable operations, le aziende sono soggette a sempre più stimoli per una gestione sostenibile delle attività operative e dell’intera catena del valore. La pandemia ha enfatizzato l’importanza di alcuni fenomeni, quali l’organizzazione del lavoro, la struttura della supply chain e la dislocazione dei fornitori chiave, la capacità di dare continuità alle attività in condizioni di stress. Interrogarsi concretamente su come aderire agli obiettivi di sostenibilità porta ad aree di miglioramento ed efficienza inimmaginabili, così come riorientare il proprio business verso un modello circolare.

Ma cosa e come comunicare sui temi di sostenibilità?

Le attuali norme delineano in maniera completa le dinamiche legate alla sostenibilità e alle dimensioni ESG dell’azienda. È però necessario affrontare la rendicontazione in modo coraggioso, focalizzandola su aspetti rilevanti, coinvolgendo gli interlocutori responsabili, di fatto, il top management. La volontà dei vertici aziendali e il loro ingaggio è imprescindibile per un racconto efficace della sostenibilità. I dati delle performance non finanziarie delle imprese dovrebbero essere disponibili anche a dipendenti e cittadini, così da rendere pubblico il profilo ESG delle aziende. La diffusione di bilanci di sostenibilità porterebbe il beneficio indiretto di diffondere una cultura condivisa di comunicazione su temi non strettamente finanziari, con la finalità di farli entrare più facilmente nella prassi comune.

Sta riscontrando una spiccata sensibilità delle nuove generazioni, Millennials e, soprattutto, Gen Z a queste tematiche, sia come consumatori, che potenziali dipendenti o imprenditori?

Decisamente, sì. Del resto, la direzione è ormai tracciata: lo scorso aprile la Commissione Europea ha presentato una bozza di direttiva tesa ad allargare la platea delle aziende soggette all’obbligo di rendicontazione non finanziaria. Non si sa con quali misure il Parlamento europeo approverà questo indirizzo ma è chiaro che l’obbligo di rendicontazione non finanziaria comporterebbe ulteriori oneri diretti ed indiretti per le imprese. In un Paese in cui la burocrazia è percepita come opprimente e inefficace, si rischia l’opposizione da parte di aziende e organizzazioni rappresentanti, il che minerebbe la diffusione e il successo di un modello virtuoso, riducendolo a un mero obbligo di conformità alle norme. Speriamo, invece, in una rendicontazione non finanziaria che sappia comunicare meglio le attività aziendali, attrarre capitali sui territori e migliorare qualità e profilo delle imprese.

 
 
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