Dove sta andando il mercato del lavoro? Cosa chiedono le aziende? Quali sono le professioni del futuro? Un gruppo di esperti dell’Università Cattolica e del CRISP (Centro di ricerca interuniversitaria per servizi di pubblica utilità) dell’Università Bicocca ha cercato le risposte nell’analisi di 500mila annunci pubblicati sul web dalle aziende in cerca di personale in Lombardia. Emilio Colombo, professore di Economia in Cattolica e coordinatore del progetto di ricerca, fa il punto sulle professioni del futuro.

Professore, quanto il progresso tecnologico degli ultimi anni ha modificato il mondo del lavoro?

Non dobbiamo essere tratti in inganno dalla retorica tipica di chi dice che il progresso tecnologico porterà alla perdita di posti di lavoro. Una retorica prevalentemente alimentata da uno studio molto citato, quello di Osborne e Frey del 2017, che ha stimato che il 47% dei lavori negli Stati Uniti sono a rischio di automazione. Una percentuale che poi è stata molto ridimensionata dagli studi successivi, ma che ha fatto scalpore perché nessuno sa sino a dove realmente arriverà l’impatto della rivoluzione tecnologica attuale nel mercato del lavoro. 

È bene invece riflettere sul fatto che il cambiamento del mercato del lavoro indotto dal progresso tecnologico opera lungo due dimensioni: il margine estensivo, attraverso l’abbandono di alcune occupazioni e la creazione di nuovi lavori, e il margine intensivo, attraverso il cambiamento delle competenze necessarie nelle professioni. Mentre la prima dimensione riguarda in particolare alcune professioni più routinarie e a media qualifica, la seconda dimensione riguarda tutte le professioni e avrà un impatto molto più profondo e rilevante. 

Come intercettare il cambiamento?

Lo abbiamo fatto analizzando 500 mila annunci di lavoro sul web che mostrano come ci sia la richiesta di lavori sempre più ibridi con competenze trasversali. Faccio un esempio: una volta i Computer Scientist erano dei “nerd”, ora sono richiesti ovunque e devono sviluppare competenze nuove. Se è facile fare il Computer Scientist da Google in cui tutti parlano la stessa lingua, più difficile è interfacciarsi con colleghi di una banca che masticano poco di tecnologia.

Quali sono le competenze più richieste oggi dal mercato del lavoro?

Si va sempre più verso un “blend” di competenze che deve comprendere quelle cognitive, digitali, sociali, tecniche. Da una parte osserviamo che professioni tecniche e specialistiche necessitano sempre più di competenze trasversali come le skill cognitive e sociali. La creatività emerge come la competenza più importante per molte professioni tecnico-scientifiche a elevata specializzazione. 

Dall’altra alcune competenze tecniche, come le skill digitali, sono sempre più pervasive e dunque importanti anche per le professioni non propriamente tecniche.

Il nostro sistema formativo è adeguato a formare le nuove figure professionali richieste?

Noi abbiamo un sistema formativo basato sulle competenze cognitive e su un impianto didattico di tipo tradizionale. I miei alunni studiano Economia, hanno un libro di riferimento e le lezioni sono ancora di tipo frontale, tradizionale. Per sviluppare le altre competenze bisogna che la didattica sia rivoluzionata, che diventi sempre più partecipata. Purtroppo l’interazione con la didattica a distanza è venuta meno, ma era già limitata anche prima della pandemia perché è più facile interagire in piccoli gruppi da venti studenti che con una classe di 120.

Quali saranno i settori in cui si prevede una maggior espansione?

Globalizzazione, area tecnica, il greening e l’invecchiamento della popolazione sono i megatrend che si intersecano con tutte le professioni. È evidente che per una società che sta invecchiando ci sarà sempre più bisogno di geriatri piuttosto che di pediatri, ma la popolazione anziana avrà bisogno anche di cultura, attività per il tempo libero pensati per loro e che quindi devono cambiare e adattarsi. Allo stesso modo pensiamo alla professione dell’architetto che oggi non deve solo saper realizzare case, ma deve avere competenze ambientali, da paesaggista, deve conoscere le opportunità offerte dagli incentivi statali. È una professione che cambia, così come chi fa marketing ormai ha aggiunto l’aggettivo “digital” alla propria qualifica perché i mezzi di comunicazione sono sempre più digitali.

Cosa cercano le aziende?

Dall’analisi degli annunci le competenze tecniche di alto e medio profilo sono sempre richieste, ma per la rilevanza delle soft skill sono valorizzate anche le lauree umanistiche in ambito comunicativo e relazionale.

Cosa consiglierebbe ad un giovane che sta scegliendo il proprio percorso di studi?

In primo luogo di scegliere una professione che si sente di voler fare. C’è una indole delle persone che deve essere assecondata. Poi dico sempre che il lavoro non è un posto, ma un percorso. Le nuove generazioni cambieranno tanti lavori così come cambieranno molte volte il modo in cui faranno lo stesso lavoro, quindi non dovranno mai smettere di mettersi in gioco. 

Il nostro sistema universitario li aiuta?

È un sistema a più step. Prima la laurea triennale, poi la magistrale in cui potranno aggiustare il tiro, scegliere ciò che li appassiona di più. Chiediamo molto ai nostri ragazzi che a 18 anni non possono sapere davvero che scelta fare. Per la maggior parte di loro è un salto nel vuoto, c’è una forte incertezza, ma devono cercare di valutare criticamente il loro percorso. Basti pensare che i liceali che si iscrivono a Economia non hanno mai affrontato nel percorso di studi superiore le materie cardini del piano di studio. I giovani di oggi hanno un enorme vantaggio che si chiama Europa: hanno una scelta vastissima di corsi e università tra cui scegliere.

Quasi la totalità degli studenti che escono dagli Istituti Tecnici Superiori, gli ITS, trova lavoro entro l’anno del diploma. Quanto è importante il contatto con il mondo del lavoro negli anni di formazione?

Per chi sceglie il percorso di ITS è fondamentale, anzi i percorsi sono tagliati su misura per le richieste delle aziende, sulle loro esigenze. Per chi sceglie invece il percorso universitario è importante lo stage aziendale durante la laurea magistrale che finalizza le competenze richieste dal mercato del lavoro.

Alcune università, soprattutto nel mondo anglosassone, propongono percorsi di studi che abbinano, per esempio, la Fisica alla Filosofia. È una soluzione per avere quel mix di competenze richiesto oggi?

Abbinamenti di questo tipo li possono fare Cambridge, Oxford dove c’è un tutor per ogni studente e questo stimola molto la relazione, le competenze di socialità, il problem solving. Nel Stati Uniti invece ci si iscrive ad un’Università, ma per il primo anno si seguono corsi molto diversi, a proprio piacimento, nella ricerca di un percorso. Devo però dire che, pur avendo studiato e lavorato molto all’estero, mi sento di spezzare una lancia a favore della scuola e dell’università italiane. I nostri studenti liceali rispetto ai colleghi delle high school americane sono una spanna sopra e anche i nostri laureati in triennale hanno spesso una preparazione mediamente superiore. Dove facciamo più fatica è sul post laurea.