MONZESI: un luogo dove far crescere i talenti

Due brevetti in bilancio, dipendenti giovani (età media 33 anni), 40 addetti, tutti diplomati di cui 15 laureati.

a cura di Rosella Redaelli

La fotografia di Monzesi che fa Maria Rita Rigamonti amministratore unico della società che grazie al nuovo proprietario, Riccardo Pessina, è un caso scuola di fabbrica attrattiva di nuovi talenti. Ha un secolo di vita alle spalle, nasce infatti nel 1918 come “Officine Meccaniche Monzesi”. Inizia la propria attività con la fabbricazione di macchine utensili come trapani, torni, rettificatrici. Nel 1927 il brevetto della prima rettificatrice senza centri è l’inizio di una crescita esponenziale dell’azienda che si ferma solo con la crisi del 2008 e oggi conosce una nuova rinascita. Lo dicono i numeri: 80 addetti nel mondo, 5 mila macchine installate, 8 mila milioni di pezzi rettificati all’anno, clienti che hanno i nomi di Boeing e Bosch. Una testa tutta italiana nella sede di Nova Milanese, ma da 70 anni presenti anche negli Stati Uniti e (da poco) anche in Cina.

Il reclutamento del personale in Monzesi non sembra un problema, così come il reperimento di giovani con le competenze richieste dall’azienda.
“Negli ultimi tre anni-conferma Maria Rita Rigamonti CEO di Monzesi- c’è stato un cambio totale anche a livello di personale. Oggi abbiamo qui a Nova 40 addetti, molte donne in posizioni apicali, tutti diplomati, 15 laureati. Non abbiamo fatto fatica a trovare chi cercavamo e devo dire che qui vengono volentieri e l’ambiente che siamo riusciti a creare li fa restare”.

Negli ultimi tre anni siete cambiati anche voi…
“In questi anni il tandem Rigamonti-Pessina ha stravolto l’azienda dandole una nuova visione al mondo, in particolare il direttore generale, Riccardo Pessina segue tutte le iniziative estere con buoni successi mettendo a frutto le innovazioni che vengono registrate all’interno di Monzesi Italia. Una volta costruivamo macchine da 200 mila euro per il mercato italiano, ora lavoriamo su macchinari da oltre un milione di euro”. 

Come riuscite a rendere attrattiva la fabbrica?
“Il mio motto è cultura e innovazione. È questo che deve offrire un’azienda moderna. In questo momento abbiamo un giovane diplomato in produzione che si è iscritto in università ed è l’azienda a essersi presa in carico i suoi studi. Poi proponiamo corsi Kaizen di formazione, incontri con il CNR. Abbiamo accordi con il Politecnico, 1 tesi di laurea sostenuta due anni fa e 6 studenti impegnati in laboratori propedeutici alla successiva tesi di laurea. I risultati ottenuti da questa formazione continua resta patrimonio dell’azienda in una sorta di biblioteca virtuale”.

Non c’è il rischio che portino l’esperienza fatta altrove?
“Chi viene in Monzesi di solito resta. Io dico che è un’isola felice, l’ambiente è sfidante, impegnativo. Lavoriamo anche 9 o dieci mesi su un progetto, il momento del collaudo di un macchinario la tensione è palpabile, ma anche nei momenti di più alta pressione i nostri dipendenti riescono a tirare fuori il 110% perché hanno a cuore l’azienda che si prende cura di loro”.

monzesi personale

Chi sono le figure che cercate?
“Ingegneri e diplomati da istituti tecnici che poi continuano la formazione sul campo. Troviamo giovani in gamba, motivati, con una buona padronanza dell’inglese. Girano il mondo per revisionare le macchine”.

Come reagiscono i dipendenti ad una maggior attenzione alla formazione continua?
“Benissimo, anzi sono loro che ci propongono nuovi corsi. Oltre agli studi universitari di un dipendente abbiamo richieste anche per tre master. Dedichiamo alla formazione circa 70 mila euro all’anno e io sono la prima, a continuare a frequentare corsi di aggiornamento e formazione”.

Voi avete sedi anche all’estero trovate giovani più preparati dei nostri?
“Assolutamente no. Il Know how tecnico è tutto italiano e ce lo teniamo stretto. Sono i nostri ragazzi che hanno sempre la valigia pronta e vanno all’estero a fare il service sui nostri macchinari. Anche il viaggio è una forma di incentivo, cerchiamo di far viaggiare tutti a turno”.

Come incide la formazione sulla capacità di coinvolgere e allineare i lavoratori alle strategie aziendali?
“Ha un ruolo fondamentale. Credo che il modo migliore per creare attaccamento all’azienda sia responsabilizzare ciascun dipendente, renderlo partecipe dei piani dell’azienda. Siamo riusciti a creare un ambiente sereno, c’è sempre un progetto nuovo su cui lavorare, la progettualità verso il futuro calma l’ansia del momento. Lo dimostrano i dati di assenze per malattia che, tolti i casi per coronavirus, sono stati pari a zero. Quest’anno, per la prima volta, con l’ufficio del personale sono stati fatti dei questionari di gradimento all’interno dell’azienda. È stato un modo per conoscere più a fondo i nostri dipendenti, effettuare qualche cambiamento all’interno in base a quanto ci hanno richiesto”.

Quanto conta la cura dell’ambiente di lavoro perché la fabbrica sia attrattiva?
“Moltissimo. Il posto di lavoro è il luogo dove si trascorrono otto ore delle nostre giornate, bisogna starci bene. Noi abbiamo una mensa bellissima, degli spazi di lavoro curati”.

Come chiuderete l’anno?
“Chiuderemo il 2022 con 7 milioni di euro, esattamente come nel 2019. Nel 2020 in piena pandemia abbiamo lavorato sul magazzino, ci siamo preparati, nel 2021 abbiamo consolidato l’innovazione e nel 2022 raccoglieremo i frutti di quanto seminato tra Usa e Cina”.

 
 
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