Dall’albero alle tavole di tutto il mondo. Quando la tecnologia conserva il buono della frutta

a cura di Francesco Gastaldi

30 luglio 2021

C’è una foto nel quartier generale della Fruit Control. Ritrae l’ingegner Felice Bonomi, padre fondatore dell’azienda ma soprattutto pioniere nella conservazione della frutta con un sistema ad atmosfere controllate, e quindi senza l’uso di alcun prodotto chimico, da lui inventato e brevettato alle fine degli anni Cinquanta. L’ingegner Bonomi avrebbe poi passato la mano nel 1985, lasciando ai suoi dipendenti brevetti, azienda e l’intero bagaglio delle sue scoperte, sperimentazioni e know-how nell’allungare la vita della frutta in modo totalmente naturale.Così è nata la FCE (Fruit Control Equipments, naturale prosegumento della Bonomi System), uno dei leader mondiali nella progettazione di macchinari e sistemi per la “catena del freddo”.

Cinquanta paesi nel mondo oggi usano la tecnologia introdotta dall’azienda: impianti sofisticati ad atmosfera controllata, assorbitori di CO2, generatori di azoto, sistemi di controllo di ossigeno e anidride carbonica gestiti attraverso i software creati nell’headquarter di Locate Triulzi.

“FCE è una PMI ad alta specializzazione in un settore ancora di nicchia in cui a produrre queste tecnologie sono non più di dieci aziende in tutto il mondo”, informa Luca Buglia, professione agronomo, in azienda dal 1991 ed export manager della Fruit Control. L’obiettivo? “Fornire tecnologia e una rete di supporto ai grandi produttori frutticoli per allungare la vita dei prodotti e conservarli secondo le richieste del mercato mantenendo intatte naturalmente, senza rischi e additivi chimici le qualità fisiche, nutrizionali e organolettiche.

Dall’albero alle tavole di tutto il mondo. Quando la tecnologia conserva il buono della frutta

Se Felice Bonomi è il padre dell’atmosfera controllata, la “nuova” FCE ha brevettato all’inizio del Duemila il sistema Swinglos, macchinari ad atmosfera dinamica per i magazzini frigoriferi che mantengono le condizioni originarie del frutto. “Tale tecnologia evita la formazione del riscaldo delle pomacee (fisiopatia più comune e pericolosa per mele e pere), preservandone la durezza, contrastando gli imbrunimenti interni e mantenendo le caratteristiche organolettiche che rendono la frutta buona, sana e biologica. La gestione di queste tecnologie oggi è interamente computerizzato e parametrato per ogni tipo di frutta. Prendiamo per esempio i kiwi, che durante la fase metabolica producono in modo naturale etilene, ormone della maturazione, motivo per cui l’atmosfera controllata viene parametrata proprio perché questo elemento non venga rilasciato nel periodo di conservazione, prolungandone la vita e preservandone le caratteristiche organolettiche fino anche a sei-sette mesi”.

Con l’atmosfera controllata “si può prolungare la vita delle mele nei magazzini fino a dodici mesi, le pere fino a otto-nove mesi. Grossi passi avanti sono stati fatti anche nella conservazione dei frutti di bosco, come i mirtilli, e i frutti tropicali che sono i più difficili da conservare. Ma oggi possiamo allungare la vita di un mango o una papaya dai normali 15 giorni fino a quasi un mese e mezzo e questo ci ha spalancato le porte del mercato del Centro e del Sudamerica”.

Dall’albero alle tavole di tutto il mondo. Quando la tecnologia conserva il buono della frutta
Una trentina di dipendenti, una storia lunga oltre sessant’anni, una filiale operativa in Russia, un fatturato che a seconda delle annate produttive oscilla tra i 5 e i 10 milioni di euro. FCE ha iniziato a guardare ai mercati stranieri fin dagli anni Ottanta, e oggi il grosso della produzione (circa il 65 per cento) e’ rivolto proprio all’estero: area Mediterranea, Nordafrica, Sudamerica, Medio Oriente e paesi orientali.

Abbiamo iniziato a esportare i macchinari nei paesi a clima temperato più vicini a noi e che ancora non avevano testato questo tipo di tecnologia: Spagna, Portogallo, Grecia, Francia. Successivamente ci siamo estesi anche nei Paesi dove i produttori iniziavano a esportare su vasta scala e di conseguenza avevano bisogno di rafforzare la catena del freddo supportata da tecniche efficaci di conservazione e potenziare poi la loro capacità di esportazione”. Come Marocco e Tunisia nel Nordafrica, i Balcani e la Turchia nella fascia mediterranea. E proseguendo, ci siamo allargati verso l’Oriente, dove Paesi come India e Pakistan, ma anche Cina e Corea, vantano potenzialità enormi nella loro produzione agricola ma scarsa cultura nelle tecniche di conservazione degli alimenti. L’India è stata ad esempio una sfida interessante: avevano bisogno di capire e apprendere ogni minimo dettaglio, dal canto nostro abbiamo dovuto organizzare decine e decine di spedizioni, incontrare centinaia di persone diverse e superare ostacoli burocratici e culturali”.

Poi ci sono i rapporti con il Sudamerica, dove la produzione più consistente risiede nella frutta tropicale. Perciò le modalità e i fattori per la conservazione cambiano radicalmente. O, a seconda delle varietà, servono invece tecnologie opposte.

“Prendiamo le banane - afferma - che dai Paesi di Centro e Sudamerica in Europa devono arrivare verdi (in caso contrario dopo un mese in mare si rischia di distruggere intere produzioni, ndr). Forniamo impianti e software di gestione specifici per accelerare la maturazione una volta in magazzino. Per la frutta tropicale, la cui vita normalmente non supera le due settimane, riusciamo ad allungare il ciclo fino a quaranta giorni. In più produciamo tecnologie per la sanificazione dei magazzini e per la totale eliminazione delle cariche batteriche”.

Dall’albero alle tavole di tutto il mondo. Quando la tecnologia conserva il buono della frutta
Una piccola “macchina da brevetti” made in Locate Triulzi che continua a innovare ogni anno, grazie alla collaborazione con Università prestigiose come Milano, Torino, San Michele all’Adige e istituti di ricerca.

All’estero le maggiori opportunità oggi arrivano però dalla Russia e dall’area dei Paesi dell’ex Federazione, con cui i progettisti e gli agronomi dell’azienda stanno lavorando alacremente, fin dall’apertura a Mosca della prima, e finora unica, filiale internazionale dell’impresa di Locate. “L’espansione in Russia per noi è stata un'opportunità colta in un momento di difficoltà del nostro export dopo l’embargo alimentare decretato da Putin verso i paesi che avevano sostenuto le sanzioni commerciali. Di conseguenza la Russia, colpita dall’impossibilità di importare dall’Europa, ha potenziato enormemente la produzione interna, ma senza avere le tecnologie adatte per la conservazione. La nostra presenza a Mosca ci consente inoltre di allargarci anche ai paesi confinanti dell’ex Federazione russa e che hanno visto nel settore frutticolo una grande possibilità di crescita per la loro agricoltura: mi riferisco al Kazakistan, all’Azerbaigian, all’Uzbekistan, all’Armenia che sono diventati grandi produttori di mele e non solo”.

Più che internazionalizzata, FCE è una PMI internazionale a tutti gli effetti.

“Non esistono un Paese o un’area geografica prevalenti - racconta Buglia -. Siamo un’impresa metalmeccanica specializzata nel settore agricolo, il cui business è soggetto stagionalmente a una marea di variabili come gli effetti del meteo sulle coltivazioni o semplicemente la concentrazione di finanziamenti in annate specifiche. Ad esempio quando negli anni Ottanta furono ammessi Grecia e Portogallo, l’Unione Europea stanziò fondi imponenti e per anni lavorammo in quei Paesi a progetti di primaria importanza. Oggi le maggiori opportunità risiedono invece nell’area russa e in quella orientale. Problemi burocratici? Tutti risolvibili con un po’ di pazienza, come l’adeguamento alle differenti normative russe o l’abbattimento di certe barriere culturali in paesi come India o Pakistan. Abbiamo sempre agganciato nuovi mercati con la nostra presenza alle esposizioni internazionali e risolto le problematiche con una forte rete di assistenza post-vendita. La nostra squadra è formata da meno di trenta persone, ma i nostri agronomi e tecnici hanno viaggiato, e continuano a farlo, in tutto il mondo…”.

 
 
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