Brexit: una storia (anche) italiana

“C’è un posto speciale all’inferno destinato a quelli che hanno sostenuto la Brexit senza sapere come realizzarla”. Parole dure, quelle del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

a cura di Manuela Travaglini

Eppure: quando la mattina del 24 giugno 2016 il Regno Unito si è svegliato con l’esito del referendum sull’uscita dall’Unione Europea che vedeva il fronte dei Leavers vincitori di misura sugli europeisti, in pochi hanno compreso il significato reale di tale scelta. È stato presto etichettato come un voto di protesta, l’onda lunga del populismo serpeggiante nel vecchio continente, la nostalgia per un impero (quello di Sua Maestà) che da tempo non esiste più: in sintesi, l’ultima e più eclatante eccentricità britannica, qualcosa che fa notizia, ma alla quale pochi danno peso.

Del resto le dichiarazioni dei Leavers non lasciavano spazio ad analisi più approfondite: negoziare un free trade agreement con i partner dell’Unione sarebbe stato “uno degli accordi più semplici della storia dell’umanità”, secondo quanto dichiarato dall’International Trade Secretary Liam Fox. Fast forward, come si dice da queste parti, della vecchia guardia che ha guidato la nazione verso il voto non è rimasto più nessuno: non Nigel Farage, che ha detto di voler dedicare più tempo alla famiglia; non Michael Gove, impegnato a salvare gli oceani; non Boris Johnson, che continua a lamentarsi dalle retrovie. Il posto del negoziatore Brexit per il Regno Unito, l’altro Brexiteer di ferro David Davies, è stato quindi occupato da Dominic Raab, e con lui è arrivata la rivelazione: la Gran Bretagna è un’isola, si è improvvisamente accorto, e fa largo affidamento sul flusso tra Dover e Calais. Uscire dall’impasse, in fondo, non sarebbe stato così semplice…

Ed infatti, la soluzione – unica – che si è riusciti a trovare è stata quella dei numerosi rinvii: anche l’apocalisse, in fondo, può essere rimandata, il 29 marzo, che sembrava scolpito dalle più nefaste profezie è diventato un giorno come gli altri, anche il 12 aprile è stato superato con un colpo di spugna, e ad aumentare è stata unicamente la popolarità dello speaker della Camera, John Bercaw, che al grido di “Order” ha ricordato ai deputati che è necessario un accordo per poter recepire nell’ordinamento britannico il Withdrawal agreement. Anche la sorte non è stata clemente con il Governo, e ad un primo ministro ormai moralmente delegittimato ha fatto eco un rinvio che sa di beffa: 31 ottobre, Halloween. E mentre incombono le elezioni europee, come una moderna fenice risorge dalle ceneri Nigel Farage, pronto a convogliare con il neonato Brexit Party il malumore dei Leavers di estrazione trasversale ed inasprire ancor più il divario tra Conservatori e Laburisti. Theresa May e Jeremy Corbyn dovrebbero siglare l’accordo, e guidare il Paese fuori dallo stallo, ma le loro posizioni sembrano viaggiare su rette parallele: l’inceretezza continua a permeare la politica e guidare le scelte, personali ed imprenditoriali, di chi opera in suolo britannico e poco si fida de “la strana coppia” impersonata dai due leader May e Corbyn.

E gli imprenditori che operano in Regno Unito? Una ricerca condotta tra 1200 business leaders (esponenti delle PMI) dall’Institute of Directors tra il 17 ed il 19 gennaio 2019 ha rivelato che circa un terzo degli intervistati sta seriamente considerando di trasferire in tutto o in parte la propria attività all’estero, con un occhio di riguardo all’Europa.

Oltre a loro, le tante PMI, ci sono naturalmente le grandi corporation: ha fatto notizia il dietrofront di Nissan che ha confermato che X-Trail verrà prodotta in Giappone e non più a Sunderland. Questo, mentre Jaguar Land Rover ha annunciato tagli per 4.500 unità lavorative. Il settore automotive, del resto si sa, sarà tra i più colpiti dalla Brexit su entrambe le sponde del Canale: perché è quello che maggiormente si basa sulla chain production pan-europea.

E poi ancora Sony, Lloyds, JPMorgan Chase e i grandi colossi bancari, già con un piede nel vecchio continente; Ford, Honda Michelin, Rolls Ryce e in generale tutto il comparto meccanico ed automobilistico; P&O, che dopo 182 anni di storia britannica, presto opererà con bandiera cipriota. Soprattutto, ha fatto molto discutere il caso di Dyson, azienda britannica di proprietà 100% del suo fondatore Sir James, fervente Brexiteer che annuncia ora di stare rilocando il suo quartier generale a Singapore. 

Brexit ed Europa

Upper street, Islington, quartiere a nord est della city di Londra: una strada che vanta alcuni primati, tra cui quello di avere la maggior concentrazione di ristoranti d’Europa. È in uno di questi, Granita, che Tony Blair, che qui viveva prima di traslocare a Downing Street, si dice abbia siglato con Gordon Brown l’accordo relativo al New Labour. Il nuovo leader laburista Jeremy Corbin abita tuttora ad Islington, e qui ha casa anche Boris Johnson, volto dei Tories, bandiera dei Brexiteers e altro aspirante Primo Ministro. A lui piace Trullo, che di italiano ha solo il nome: l’ho incontrato qui più di una volta, a sorseggiare in solitudine vino rosso in attesa della cena.

Vivo a Londra da quasi vent’anni, anch’io sempre ad Islington. Dei vari ristoranti, il mio preferito tra gli italiani è Radici, trattoria aperta dal celebre chef e ambassador Maserati Francesco Mazzei, un posto che quando si entra ci si sente a casa: tra sapori italiani, odori italiani, personale italiano e accoglienza che trovi solo in certi luoghi della memoria. Mazzei ha altri due ristoranti in città: uno, Fiume, sul Tamigi, e l’altro, Sartoria, in Saville row, la strada dei sarti nel cuore di Mayfair. I suoi ristoranti raccontano storie di successo, eppure sono preoccupati, lo spettro della Brexit si avverte anche qui “purtroppo i media fanno da cassa di risonanza alla propaganda oltranzista, e questo fa paura, alza barriere. Non troviamo personale italiano, i ragazzi preferiscono andare altrove – mi dice Mazzei – e del resto come biasimarli? Anche sulle materie prime non è facile: il Governo ripete che bisogna organizzarsi in vista della Brexit, ma come faccio a fare approvvigionamento di pomodori o di mozzarelle?”