L'Impresa di servire la Terra

speciale: Assemblea Assolombarda 2019

Da Trieste all'Antartide attraverso le esplorazioni della geologa Laura De Santis, che da oltre 20 anni studia i cambiamenti climatici.

a cura di Laura De Santis

Un viaggio alla scoperta di cosa significhi compiere un'impresa scientifica portando l'Italia a capo di una spedizione internazionale.

La mia vita è stata scandita dalla mobilità, dagli spostamenti per terra e per mare: da giovane diplomata, quando ho lasciato Macerata – la mia città natale – per studiare geologia all’università di Parma; appena laureata, da dottoranda, quando a Parma si sono aggiunte Trieste e Houston per il dottorato; infine quando, stabilita la base all’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste (dove vivo con mio marito e due figli), ho cominciato a partecipare alle spedizioni scientifiche. A guardarmi indietro, credo di essere stata una ragazza di una certa intraprendenza. E pervicacia.

Nonostante mi fossi laureata con una tesi sul Mediterraneo, alla fine mi sono sempre occupata di oceani. Quello a me più familiare è il Mare di Ross, tra i ghiacci polari e le acque antartiche. È un po’ il filo conduttore delle spedizioni affrontate con colleghi di tutto il mondo, un luogo-chiave per indagare su come la più grande coltre di ghiaccio del pianeta stia rispondendo oggi e abbia risposto in epoche remote ai cambiamenti di temperatura sia dell’atmosfera che dell’oceano e, di conseguenza, alle variazioni del livello del mare.

Close-up di un iceberg al crepuscolo in Antartide

Close-up di un iceberg al crepuscolo in Antartide

Complessivamente, ho partecipato a sei spedizioni in Antartide. La prima risale al 1994, a bordo della nave americana NPB Palmer dove ho appunto svolto un periodo di un anno e mezzo per il dottorato di ricerca italiano. La seconda a bordo della nave australiana Aurora Australis lungo la costa dell’Antartide Orientale nel ’97. La terza a terra, nella stazione americana di McMurdo, sull’isola di Ross, parte di un progetto internazionale che metteva insieme Usa, Nuova Zelanda, Germania, Italia, Regno Unito, Olanda e Australia. Nel 2005 e nel 2017 sono stata capo progetto scientifico di due missioni, finanziate dal Programma Nazionale delle Ricerche in Antartide (PNRA) sulla nave OGS Explora, sempre nel Mare di Ross. Infine lo scorso anno, a bordo della nave da perforazione Joides Resolution utilizzata dall’International Ocean Discovery Program (IODP) dove ero capo spedizione insieme al neozelandese Robert McKay della Victoria University di Wellington. I progetti IODP non finanziano ricerca, ma tempo-nave: il valore del tempo-nave di una campagna con la Joides Resolution è di diversi milioni di euro. Ecco perché la messa a punto di una campagna richiede lunghe fasi di progettazione, revisione, maturazione e perfezionamento. E anche molta motivazione che, di solito, è sorretta da una grande passione per la scienza e per il mestiere di ricercatore.

Petermann Island, Penisola Antartica, nave da ricerca statunitense Laurence M. Gould

Petermann Island, Penisola Antartica, nave da ricerca statunitense Laurence M. Gould

Vi è anche un tema di responsabilità nell’utilizzo di risorse destinate alle campagne di ricerca, per via della natura pubblica del loro finanziamento. Gli italiani hanno contribuito ai successi e alle scoperte di IODP da molti anni e in tutti gli oceani. La sinergia tra PNRA e IODP Italia, nel caso della mia spedizione in Antartide, ha funzionato valorizzando e ottimizzando l’impiego delle risorse umane e finanziarie nazionali. A questa spedizione hanno partecipato 31 ricercatori provenienti da 13 diverse nazioni fra cui Cina, India, Brasile, Corea. Per il 40 per cento donne. Ad affiancarci, un operatore video, due insegnanti di scuole superiori, 23 tecnici. I risultati sono stati molto positivi anche grazie all’affiatamento del gruppo: si è trattato del miglior recupero mai ottenuto da piattaforma di perforazione mobile. È una soddisfazione che vivo come professionista, ma che vale ancor più se penso al ruolo che ho ricoperto come italiana e al contributo non solo economico che siamo stati capaci di offrire come Paese.

La nave Joides Resolution fotografata durante l'esplorazione dallo studioso Rob Dunbar

La nave Joides Resolution fotografata durante l'esplorazione dallo studioso Rob Dunbar

Naturalmente i risultati non arrivano per caso, né inaspettati. Così come per l’impresa economica, anche per l’impresa scientifica occorrono investimenti, umani e materiali, può essere necessario un lungo periodo di incubazione e senza alcun dubbio servono molta determinazione e molta tenacia. E una visione a lungo termine. In tal senso il Programma Nazionale delle Ricerche in Antartide è super partes, multidisciplinare, capace quindi di stimolare la collaborazione tra enti.

Alcuni scatti a bordo della nave OGS Explora (a sinistra) e della Joides Resolution (a destra). Nel dettaglio, l'ufficio e la scrivania di Laura De Santis

Alcuni scatti a bordo della nave OGS Explora (a sinistra) e della Joides Resolution (a destra). Nel dettaglio, l'ufficio e la scrivania di Laura De Santis

Tornando a terra, a Trieste, lo scorso 28 settembre il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Lorenzo Fioramonti, ha inaugurato la nave rompighiaccio Laura Bassi, acquistata a maggio dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale. Anche questa acquisizione è un esempio di ottima sinergia fra enti e istituzioni del sistema Italia che ci permetterà di mantenere un ruolo da protagonisti nel panorama mondiale della ricerca ai poli. La Laura Bassi non è ancora equipaggiata con la strumentazione geofisica per cui in queste settimane con il mio gruppo stiamo presentando una proposta per utilizzare la nave neozelandese Tangaroa, sempre nel Mare di Ross, attrezzata con tutto ciò che serve per un’indagine multidisciplinare.

L’obiettivo è studiare non solo la fauna ma anche il fondale. Alla fine siamo un po’ investigatori. E proprio indagando sul fondo del mare, nel fango che lo ricopre ma lascia sempre trapelare qualcosa, ricostruiamo immagini del fondo stesso come valli sottomarine o vulcani e la storia degli strati sepolti. Ad aiutarci interviene la tecnologia con una serie di geofoni installati su cavi trainati dietro la nave rompighiaccio che registrano l’eco di segnali acustici prodotti a intervalli regolari da scoppi ad aria compressa.

Coppia di albatri lungo la faccia del ghiacciaio della Fortuna, Georgia del sud, Antartide

Coppia di albatri lungo la faccia del ghiacciaio della Fortuna, Georgia del sud, Antartide

È dagli abissi che arrivano le risposte alla crisi climatica: alcune isole del Pacifico stanno sparendo e gli abitanti chiedono ospitalità altrove; paesi avanzati come l’Olanda da tempo ripensano le città, le strade, i porti per adattarsi all’innalzamento del livello del mare, ormai inevitabile; in molte aree del mondo è necessario rivedere il sistema delle coltivazioni considerando l’ingressione costiera di acque salate nelle falde usate nell’irrigazione, per esempio. Occorre urgentemente un’opportuna politica di pianificazione nell’uso e ridistribuzione degli spazi. 

I due Poli, ancora troppo poco conosciuti per prevedere scenari futuri, rappresentano il vero motore del clima della Terra, il suo ingranaggio fondamentale. Per questo sento sempre più l’urgenza pressante, come ricercatrice ma ancor più come abitante di questo pianeta, di acquisire il maggior numero di conoscenze nel più breve tempo possibile. Questa è la mia impresa di servire non solo l’Italia ma il nostro intero pianeta.