MILANO 29/05/2026
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MILANO 29/05/2026

C’è un paradosso sottile che attraversa le nostre città: mentre i riflettori si accendono sui grandi investimenti legati ai macro-progetti culturali urbani, assistiamo silenziosamente alla chiusura delle librerie storiche. Una ferita nel tessuto sociale che trasforma i centri urbani, privandoli di quei presìdi concreti di socialità e scoperta che non sono mai stati semplici distributori di merci, ma generatori di comunità
Il mondo dell'impresa sta compiendo una svolta culturale decisiva. Nei giorni scorsi, presso la Sala Solesin di Palazzo Lombardia a Milano, s’è tenuto un dibattito sul tema al Convegno Stelline 2026, che ha ospitato un dialogo d'eccezione che traccia la rotta di questa trasformazione: quello tra Antonio Calabrò, Presidente della Fondazione Assolombarda, e Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura del Comune di Milano. Al centro del loro intervento congiunto, una visione tanto pragmatica quanto rivoluzionaria: la diffusione sistematica delle biblioteche aziendali come strumenti di welfare, coesione e competitività.
Dall’Urbs alla Civitas: l’impresa come baricentro sociale
Nel suo intervento, Antonio Calabrò ha richiamato una distinzione fondamentale ereditata dal mondo romano: quella tra la urbs – l’infrastruttura di mattoni e cemento – e la civitas, ovvero l’insieme dei diritti, dei doveri, delle relazioni e del senso di appartenenza. Portare i libri nei luoghi di lavoro significa esattamente questo: trasformare lo spazio della produzione in uno spazio di civitas. Grandi realtà associate ad Assolombarda – come Pirelli e Bracco – hanno già dimostrato che il rapporto con la lettura nasce nella quotidianità. Riprendendo una celebre intuizione di Umberto Eco, il libro è un oggetto "essenziale e perfetto, come il cucchiaio". Integrarlo nei tempi e nei luoghi della vita lavorativa significa sottrarre le persone all’“inverno dello spirito”, riavvicinando intere famiglie alla conoscenza.
Una proposta concreta
La forza del modello proposto risiede nella sua immediata applicabilità. Gli strumenti per incoraggiare le imprese a investire in cultura sono, infatti, semplicissimi. La richiesta emersa dal convegno è chiara: introdurre la piena deducibilità delle spese per gli investimenti in libri in azienda. Si tratterebbe di un impatto finanziario del tutto irrilevante per le casse dello Stato, ma capace di generare un’incidenza altissima sulle virtù civili e sul capitale umano del Paese.
Una rete diffusa
La vera sfida per il futuro è che queste oasi di cultura non rimangano isole felici recintate dentro i perimetri aziendali. L'obiettivo strategico è l'integrazione in reti diffuse capaci di connettere le fabbriche e gli uffici al territorio circostante: alle scuole, ai condomini, ma anche ai luoghi di cura e di riscatto come gli ospedali e le carceri. Un vero e proprio partenariato pubblico-privato che ridisegna il welfare culturale. Per le donne e gli uomini d’impresa si tratta, in definitiva, di tenere alta l’asticella dell’utilità civile. Perché la cultura non è un lusso o un costo da tagliare, ma la forma più alta di produttività sociale.