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La bara dei Dazi di Trump e il riflesso sulle imprese italiane e il commento di Orsini

25-02-2026

Dopo la sentenza della Corte Suprema che ha bocciato la base legale dei precedenti “dazi globali” imposti via poteri d’emergenza, l’amministrazione Trump ha fatto ripartire la sua strategia commerciale introducendo un dazio “universale” del 10% sulle importazioni, con la possibilità (più volte evocata) di portarlo al 15% e con una durata indicata fino a 150 giorni, verso una possibile scadenza il 24 luglio.

Cosa sta facendo l’Europa

A Bruxelles prevale la cautela: la Commissione e il commissario al Commercio Maroš Šefčovič mantengono contatti quotidiani con Washington e, parallelamente, l’Europarlamento ha congelato/ritardato la ratifica di parti dell’intesa UE-USA raggiunta l’estate scorsa, proprio perché teme che il nuovo schema tariffario possa oltrepassare i limiti concordati su alcuni prodotti.

Resta inoltre aperto il dossier dei dazi settoriali: in particolare, il 50% su acciaio e alluminio (e su diversi prodotti “a valle” che li incorporano) continua a pesare sulle filiere manifatturiere europee e alimenta l’incertezza.

Ricadute per l’Italia: imprese, export e lavoro

Per l’Italia il tema è sensibile perché gli USA sono il primo mercato extra-UE: Confindustria ricorda che nel 2024 l’export italiano verso gli Stati Uniti valeva ~65 miliardi.

I settori più esposti includono bevande, farmaceutica, autoveicoli/mezzi di trasporto e meccanica. Emanuele Orsini (Confindustria) ha messo in guardia su un possibile impatto molto rilevante su prezzi e volumi, stimando rischi su export e occupazione se l’inasprimento diventasse strutturale.

Effetti su cittadini e import

Nel breve periodo, i dazi si traducono in prezzi più alti sul mercato USA (con margini compressi per gli esportatori italiani) e in una maggiore volatilità di ordini e scorte. A cascata, la minore prevedibilità può frenare investimenti e occupazione nelle filiere export-oriented. Sul lato import UE/Italia, l’impatto diretto dipende da eventuali contromisure europee: per ora la linea è tenere aperto il canale negoziale, evitando una spirale di ritorsioni mentre si cerca “chiarezza” normativa e politica da Washington.

 

Iperammortamento 2026: perché è tornato, cosa blocca il decollo e cosa chiedono le imprese

25-02-2026

Con la Legge di Bilancio 2026 l’Italia ha reintrodotto l’iperammortamento come leva fiscale per rilanciare gli investimenti in beni strumentali e, più in generale, la traiettoria “Transizione” delle imprese: una maxi-deduzione (a scaglioni) legata all’acquisto di beni nuovi destinati all’innovazione produttiva. L’obiettivo dichiarato è riattivare la spesa in macchinari e tecnologie, ma la partita – a fine febbraio – resta condizionata da regole attuative e da un nodo politico-industriale: il vincolo “Made in Europe”.

Il punto critico: decreto attuativo e vincolo “Made in Europe”

Dal Forum in Masseria (winter edition, Terme di Saturnia) il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha spiegato che i decreti attuativi sono di fatto pronti, ma “congelati” finché il MEF non definirà una disposizione correttiva che consenta di utilizzare i macchinari oltre il vincolo del “Made in Europe”, introdotto in sede parlamentare e contestato da molte imprese. Solo dopo quella modifica – ha aggiunto – si potrà sbloccare il decreto attuativo già trasmesso al MEF.

Sul fronte governativo, nelle ultime settimane è circolata anche l’ipotesi di un intervento per rimuovere o ricalibrare quel paletto: un segnale che il tema è diventato centrale perché incide direttamente sulla platea dei beni agevolabili e quindi sull’efficacia della misura.

Le pressioni della filiera: Federmacchine chiede certezze (e tutela industriale)

Federmacchine – che rappresenta l’industria italiana dei beni strumentali – ha alzato il livello di attenzione chiedendo rapidità e certezza sulle regole, perché l’incertezza frena gli ordini e rinvia gli investimenti. Nello stesso tempo, la federazione ha difeso la clausola “Made in UE” come strumento di tutela della competitività europea e del manifatturiero nazionale: se l’agevolazione si estendesse ai beni extra-UE, sostiene Federmacchine, bisognerebbe almeno garantire parità di condizioni (standard, certificazioni, controlli) per evitare concorrenza asimmetrica.

Cosa significa per le imprese (e perché conta anche per l’economia reale)

In termini pratici, l’iperammortamento è una misura “pro-investimenti”: riduce l’imponibile aumentando la deduzione fiscale legata al costo del bene. Se però l’accesso resta incerto (tempi, procedure, perimetro dei beni), molte aziende – soprattutto PMI – possono scegliere di rimandare piani di sostituzione macchinari, automazione e digitalizzazione. E qui l’effetto diventa macro: meno investimenti oggi significa produttività più lenta domani, con impatti su filiere (meccanica, impiantistica, componentistica) e occupazione qualificata.

ASSIL, illuminazione smart: ora svolta sostenibile per gli impianti sportivi

19-02-2026

Milano – Inaugura “We Light The Sport”, il progetto di promozione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica e dei tecnici di settore dedicato all’illuminazione degli impianti sportivi ideato da ASSIL (Associazione Nazionale Produttori Illuminazione) federata ANIE Confindustria. Secondo i dati del “Rapporto Sport 2025” di ICSC (Istituto per il credito sportivo e culturale) in Italia si contano oltre 78.000 impianti sportivi e 144.000 spazi di attività, con una media di 1,38 impianti ogni 1.000 abitanti. Tuttavia, il quadro evidenzia forti squilibri territoriali: nelle Regioni del Sud la dotazione è inferiore alla media nazionale e la quota di strutture non funzionanti raggiunge il 15%, con punte del 19%, contro l’8% nazionale. Il 70% degli impianti è di proprietà pubblica – prevalentemente comunale – e oltre il 40% è stato costruito negli anni Settanta e Ottanta, segnalando un patrimonio datato che richiede interventi strutturali di riqualificazione e rigenerazione. Gli investimenti mostrano una ripresa significativa: nel 2024 hanno raggiunto circa 500 milioni di euro (+39% sul 2023), terzo anno consecutivo di crescita. Tuttavia, la spinta è trainata soprattutto dai Comuni del Nord, che concentrano quasi la metà degli interventi nazionali, mentre il Sud – pur presentando maggiori criticità – continua a registrare un livello di investimento inferiore. In questo contesto, l’illuminazione rappresenta una delle voci più rilevanti di consumo energetico e di spesa gestionale. L’introduzione di sistemi di illuminazione intelligente – basati su tecnologia LED, sensori di presenza e luminosità, regolazione automatica dell’intensità e piattaforme di controllo da remoto – consente di ridurre in modo significativo i consumi, ottimizzare le ore di accensione e programmare la manutenzione in modo predittivo. Oltre al risparmio economico, questi sistemi migliorano la qualità visiva per atleti e spettatori, aumentano la sicurezza e permettono di adeguare l’impianto agli standard richiesti per competizioni di livello superiore. 

Osservatorio 2025 sull’Idrogeno: il 58% delle aziende genera ricavi

18-02-2026

L'edizione 2025 dell’Osservatorio Intesa Sanpaolo - H2IT sull’idrogeno restituisce l’immagine di un settore giovane, ma già sorprendentemente strutturato. Il 58% delle imprese della filiera genera ricavi dall’idrogeno, ricorda il quotidiano “Oresette”. Una quota che sale al 66% nel manifatturiero – e oltre la metà destina più del 10% degli investimenti complessivi a questo ambito. Un dato che conferma come l’idrogeno non sia più un terreno sperimentale, ma un segmento industriale in rapida evoluzione. La filiera italiana, pur con un’età media di presenza nel settore pari a soli 8 anni, mostra competenze consolidate. Un quarto delle aziende opera nell’idrogeno da dieci anni e in media presidia cinque segmenti della catena del valore, dalla produzione alle applicazioni finali. Forte anche la proiezione internazionale: il 46% del fatturato legato all’idrogeno proviene dall’estero, percentuale che raggiunge il 60% tra le imprese manifatturiere. Otre il 90% delle imprese prevede un aumento del fatturato entro il 2026 e l’85% si attende un incremento degli investimenti, con un quarto delle aziende che stima una crescita superiore al 25%. La pipeline progettuale appare solida. Infatti irca il 70% ha progetti in fase avanzata e il 25% iniziative già in costruzione, in linea con le scadenze del Pnrr. L’Osservatorio evidenzia anche un ecosistema tecnologicamente avanzato. Il 70% delle imprese dispone di un reparto interno di R&S. Inoltre il 65% investe in formazione dedicata e tre quarti hanno adottato almeno una tecnologia 4.0, tra cloud, AI, IoT e sistemi di integrazione dati. Cresce anche il ricorso ai fondi pubblici, con la quota media che passa dal 22% al 37%. Infatti la domanda ancora debole e quadro normativo percepito come poco chiaro. Le imprese chiedono una strategia nazionale più strutturata e strumenti di sostegno alla domanda, ritenuti essenziali per creare un vero mercato dell’idrogeno. Nonostante ciò, la maggioranza considera raggiungibili gli obiettivi del PNIEC 2030, purché accompagnati da interventi di policy adeguati.

 

A2A, tra sostenibilità ambientale e finanziaria

22-01-2026

A2A ha pubblicato il nuovo Sustainable Finance Framework, l’insieme di linee guida che rafforzano l’integrazione tra la strategia finanziaria e quella di sostenibilità del Gruppo, allineando la precedente versione ai nuovi obiettivi previsti dall'aggiornamento del Piano Strategico 2024-2035. È stato contestualmente reso pubblico il Factsheet Programmatico, il documento che dettaglia le caratteristiche dei futuri European Green Bond, in conformità al Regolamento (UE) 2023/2631. Per A2A la Finanza Sostenibile rappresenta una delle leve del Piano Strategico basato sui due pilastri: Transizione Energetica ed Economia Circolare. Il Gruppo si impegna a raggiungere una quota di debito ESG sul totale superiore al 90% al 2030 e arrivare al 100% al 2035. Le principali modifiche del nuovo Framework, rispetto alla versione del 2024, comprendono l’aggiunta della componente "blue" legata ai progetti di tutela e valorizzazione della risorsa idrica, l’ampliamento delle tipologie di progetti green con l’inclusione dei data center e l’estensione da 2 a 4 anni del periodo prospettico considerato per l’allocazione dei proventi. Fra le novità della componente Sustainability-Linked sono stati aggiornati i target dei 3 KPI relativi alle emissioni dirette e indirette del Gruppo, alla capacità installata da fonti rinnovabili e alla capacità installata delle reti elettriche. Il Sustainable Finance Framework, che riguarda qualsiasi tipo di strumento finanziario, è stato redatto in conformità con le linee guida e la regolamentazione di riferimento, incluse le versioni più recenti dei Green Bond Principles e dei Sustainability-Linked Bond Principles gestiti dall'International Capital Market Association (ICMA), nonché con i Green Loan Principles e i Sustainability-Linked Loan Principles gestiti dalla Loan Market Association (LMA) e le Guidelines for Blue Finance Version 2.0 pubblicati dall’International Finance Corporation (IFC).

A2A, Power Hub per la ricarica ad alta potenza

13-01-2026

È stato inaugurato oggi l'A2A Power Hub, un ecosistema integrato che unisce ricarica ad alta potenza, energia green e innovazione per contribuire allo sviluppo della mobilità elettrica. Un’infrastruttura all’avanguardia dal punto di vista tecnologico con 5 colonnine ultrafast da 300 kW e una colonnina City Plug da 14 kW per la ricarica simultanea di 12 veicoli, che incontra le esigenze di chi necessita di una ricarica rapida e di chi può dedicare tempi più lunghi alla sosta. L’Hub è dotato di un sistema di gestione dei flussi energetici, l’Energy Management System, che rende più efficiente l’utilizzo dell’energia coordinando un impianto fotovoltaico da 11 kWp per l’autoproduzione da fonte rinnovabile, un’infrastruttura di accumulo da 100 kWh e la rete elettrica. Tutte le colonnine sono alimentate da energia 100% green certificata. All’interno dell’Hub sono state integrate alcune soluzioni volte a migliorare la customer experience: tutte le colonnine sono abilitate al pagamento tramite POS per offrire immediatezza di utilizzo - e di un sistema di assistenza diretto in caso di necessità. È attiva, inoltre, la videosorveglianza in real-time, da una Control room dedicata, per la sicurezza degli utenti e delle infrastrutture. Al fine di raccogliere segnalazioni e suggerimenti viene messo a disposizione degli automobilisti un QrCode, presente sugli schermi delle infrastrutture di ricarica, per entrare in contatto diretto col back office di A2A. All’ingresso dell’area è inoltre presente un totem multimediale che propone contenuti digitali pensati per intrattenere durante il tempo di attesa della ricarica. L’A2A Power Hub - realizzato dalla società del Gruppo A2A E-Mobility - si distingue anche per l’architettura moderna e funzionale e il progetto ha previsto un intervento di riqualificazione urbana dell’area, con lavori di de-pavimentazione e nuova pavimentazione permeabile, oltre alla creazione di aree verdi che aiutano a ridurre le isole di calore. La pensilina consente il recupero dell’acqua piovana che verrà resa disponibile per irrigare le zone verdi restituendo al contesto urbano uno spazio rigenerato e funzionale.

L’Italia che cresce in silenzio: più alberi, più valore, ma il vero futuro è nelle foreste secolari

09-12-2025

Nel mondo i boschi arretrano, in Italia avanzano. È una notizia che sorprende e, per una volta, racconta un Paese capace di andare controcorrente. Oggi il 37% del territorio nazionale è coperto da foreste: siamo secondi in Europa solo alla Spagna e contiamo circa 200 alberi per abitante, quasi 12 miliardi in totale. Nel solo ultimo anno sono stati messi a dimora oltre 3 milioni di nuovi alberi, su quasi 4 mila ettari. Un investimento in capitale naturale che, secondo l’Atlante delle Foreste di Legambiente, genererà più di 20 milioni di euro l’anno in servizi ecosistemici per tutta la vita degli impianti.

Numeri incoraggianti, ma non ancora sufficienti. Perché il punto non è solo piantare, ma far crescere. Molti boschi italiani vengono tagliati dopo 10-20 anni, prima che possano svolgere appieno il loro ruolo climatico. Un singolo albero può assorbire fino a 40 kg di CO₂ all’anno, ma è il tempo – decenni, secoli – a trasformare un bosco in una vera infrastruttura naturale: difesa del suolo, regolazione delle acque, tutela della biodiversità, resilienza climatica.

Le foreste secolari, come quelle del Monte Cimino, del Gargano o delle faggete dei Casentinesi, sono rare e preziose. Rappresentano non solo un patrimonio ambientale riconosciuto dall’Unesco, ma anche un modello economico alternativo: meno sfruttamento immediato, più valore nel lungo periodo.

Il 2026 potrebbe segnare una svolta. Mercati dei crediti di carbonio, progetti di riforestazione, associazioni forestali, adozione di alberi e boschi: sta nascendo un’economia che riconosce alla natura un valore misurabile. Crescono anche le superfici gestite in modo sostenibile: oltre 85 mila ettari sono già certificati FSC. Non significa “non tagliare”, ma gestire con regole che garantiscono futuro, tracciabilità e benefici condivisi.

 

La vera sfida, oggi, è passare dalla quantità alla qualità. Trasformare l’aumento dei boschi in foreste capaci di durare secoli. Perché il capitale naturale, come quello industriale, rende davvero solo se si investe con visione.

Efficienza energetica: la corsa che può cambiare l’economia (ma che ancora zoppica)

01-12-2025

Sembra una gara di velocità, ma il cronometro mondiale dell’efficienza energetica continua a restituire un dato disarmante: stiamo correndo… ma non abbastanza. Mentre il Pianeta si stringe nelle promesse climatiche prese in sedi internazionali, l’asticella dei risultati reali si muove più lentamente del necessario. Eppure, proprio nei piccoli scatti degli ultimi mesi si intravede la possibilità di un cambio di passo decisivo.

 

Il nuovo report Energy Efficiency 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia lo dice chiaramente: il miglioramento dell’intensità energetica globale – cioè quanta energia serve per produrre valore economico – sta finalmente accelerando dopo un 2024 deludente. Il tasso di crescita è oggi all’1,8%, quasi il doppio rispetto allo scorso anno, ma ancora lontano da quel 4% annuo che la COP28 aveva indicato come obiettivo imprescindibile entro il 2030 per mantenere il clima entro margini gestibili.

 

La fotografia è nitida: i progressi non mancano, ma sono distribuiti in modo diseguale. Da un lato, economie come India e Cina stanno imprimendo una spinta significativa, con miglioramenti stimati tra il 3% e il 4%. Dall’altro, Stati Uniti e Unione Europea mostrano un rallentamento evidente: superata la fase di efficienza “forzata” generata dalla crisi energetica, l’intensità migliora ora solo dell’1%, segnando una frenata che pesa sulla dinamica globale.

 

A rendere il quadro ancora più complesso intervengono tre elementi. Primo: la crescita della domanda energetica nel settore industriale, sempre più energivoro, che assorbe due terzi dell’incremento registrato dal 2019 a oggi e neutralizza parte dei progressi ottenuti altrove. Secondo: politiche pubbliche spesso troppo lente nell’aggiornare standard e regolamentazioni, incapaci di tenere il ritmo dell’innovazione tecnologica. Terzo: la nuova geografia climatica del pianeta, che spinge milioni di persone a un uso sempre più intenso della climatizzazione. Il raffrescamento è oggi la voce di consumo energetico cresciuta più rapidamente negli edifici: oltre il 4% l’anno dal 2000, con apparecchi che nella maggior parte dei casi restano ancora poco efficienti.

 

Eppure, il report IEA indica anche un fronte ricco di opportunità economiche. Gli investimenti in efficienza energetica hanno sfiorato gli 800 miliardi di dollari nel 2025, in crescita del 6% sull’anno precedente. Un segnale che le imprese, in molti Paesi, iniziano a considerare l’efficienza non come un costo, ma come una leva strategica per competitività, riduzione dei rischi e aumento della resilienza. C’è poi il tema del lavoro: nel 2024 il settore contava quasi 18 milioni di occupati nel mondo, ma con un potenziale molto più ampio. La vera barriera non è la domanda, bensì la carenza di competenze specializzate, un vuoto che frena la capacità di realizzare progetti, innovare processi e scalare soluzioni.

 

 

L’efficienza energetica, insomma, non è solo una questione tecnica. È una strategia industriale, una politica sociale, una promessa di stabilità economica. E il suo avanzamento — anche se oggi procede in modo incerto – resta una delle leve più immediate, convenienti e ad alto impatto per ridurre consumi, emissioni e costi per imprese e cittadini. La partita è aperta: la velocità attuale non basta, ma la direzione, finalmente, sembra quella giusta.

La Lombardia accelera sulla transizione: così i “Progetti Esemplari” trasformano territori, comunità e imprese

18-11-2025

La transizione energetica, di solito, si racconta attraverso numeri. Megawatt installati, tonnellate di CO₂ risparmiate, percentuali di rinnovabili. Ma la Lombardia, con i nuovi “Progetti Esemplari” finanziati grazie ai 3,5 milioni messi a disposizione dal MASE, sceglie un’altra narrazione: la transizione come infrastruttura sociale, come alleanza tra cittadini, istituzioni e imprese, come architettura di comunità che si riconoscono nell’energia che producono e condividono.

 

Al centro del bando approvato dalla Regione non c’è solo la tecnologia – pur avanzata – di fotovoltaico, accumulo, pompe di calore e mobilità elettrica. C’è un messaggio più profondo:la sostenibilità non è un settore produttivo, ma un ecosistema. Non è solo un insieme di investimenti, è un modo di organizzare il territorio. E questo cambia tutto.

 

I “Progetti Esemplari” infatti non servono a costruire qualche impianto isolato. Sono pensati come modelli replicabili, piattaforme territoriali che spingano amministrazioni locali, enti del terzo settore, consorzi e imprese a ripensare i propri consumi, ma anche le proprie relazioni. Una comunità energetica che funziona non fa solo risparmiare: rafforza la coesione sociale, integra competenze, apre cantieri tecnologici che generano lavoro qualificato, attira investimenti privati. In una parola, crea sviluppo.

 

La volontà della Regione è evidente: la decarbonizzazione non deve essere un lusso metropolitano, ma un’opportunità diffusa. Ecco perché lo schema di contributi è calibrato proprio sulle realtà più piccole, quelle che hanno bisogno di aiuto per compiere il salto verso l’autoproduzione. Si finanziano sistemi a rinnovabili, colonnine elettriche, batterie di accumulo e interventi per ridurre i consumi, con contributi fino al 40% e massimali specifici per garantire che il sostegno sia davvero accessibile.

 

Ma l’aspetto più interessante è un altro: la Regione non si limita a sostenere singoli progetti, ma punta a creare un “effetto dimostrativo”. Come nelle prime smart city europee, l’idea è che alcune comunità-pilota possano mostrare la strada a tutto il territorio. Non un cambiamento lento, ma una transizione che si autoalimenta, capace di accelerare grazie alla forza dell’esempio.

 

C’è poi un dato strategico spesso sottovalutato: i “Progetti Esemplari” possono diventare un volano anche per le piccole e medie imprese lombarde della filiera energetica. Installatori, progettisti, produttori di componentistica, società di servizi energetici, startup cleantech: tutti possono trovare spazi di crescita in un mercato regionale che si configura come laboratorio avanzato. E maggiore è la domanda interna di soluzioni sostenibili, più forte diventa il tessuto industriale green della regione.

 

Infine, la mobilità. Il bando sostiene anche la rete di ricarica e l’elettrificazione dei servizi locali. Non è un dettaglio. Perché un territorio che produce energia pulita, ma continua a muoversi con mezzi inquinanti, perde metà del valore generato. Integrare produzione, accumulo e trasporti è la chiave per rendere il sistema davvero efficiente e competitivo.

 

La Lombardia, dunque, avvia una transizione che non è solo energetica, ma culturale. Non chiede ai territori di “installare impianti”, ma di diventare protagonisti del cambiamento. L’obiettivo non è collezionare kilowattora green: è costruire comunità resilienti, attrarre investimenti, liberare innovazione dal basso.

 

Se funzionerà, la regione avrà creato non solo energia pulita, ma un nuovo modello lombardo di sostenibilità: pragmatico, sociale, industriale. Un modello da esportare.

Quando l’aria diventa un confine invisibile: la scienza che misura quanto vediamo davvero

11-11-2025
 

C’è un momento, durante una camminata in un parco nazionale, in cui lo sguardo si allunga all’orizzonte e ci aspettiamo di riconoscere le linee nette di una montagna, l’arco di un lago, la trama dei boschi in lontananza. Ma quando quei contorni si fanno sfocati, opachi, quasi disciolti nell’aria, non è solo un’impressione poetica: è scienza. Ed è esattamente da questa evidenza che nasce “Visibility”, il progetto che sta trasformando la visibilità atmosferica in un indicatore concreto dell’impatto dell’inquinamento nei parchi nazionali italiani.

 

A guidarlo è il CUFAA, il Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri, insieme a ENEA, che analizza i campioni raccolti sul campo. Il cuore del progetto è una tecnologia che sembra uscita da un centro di ricerca statunitense – e infatti lo è: l’IMPROVE, metodologia adottata dalla US Environmental Protection Agency, qui applicata per la prima volta in Europa. Il procedimento è tanto rigoroso quanto innovativo: una centralina installata nel Parco Nazionale del Circeo, nei pressi del lago dei Monaci, cattura ogni tre giorni campioni d’aria per 24 ore, misurando PM2.5 e PM10, solfati, nitrati, biossido di azoto e altri inquinanti. A questi dati si affiancano una telecamera panoramica, sensori meteo e analizzatori per gas inquinanti.

 

Il risultato è un algoritmo, sviluppato dalla Colorado State University, che restituisce l’indice di attenuazione luminosa: un coefficiente capace di dire, numeri alla mano, quanto la qualità dell’aria renda meno nitido il paesaggio. Aumenta l’indice? Diminuisce la visibilità. Una relazione diretta, quasi brutale nella sua semplicità, confermata dai primi risultati.

 

Dietro questa riduzione ci sono cause molteplici. Quelle umane: traffico – anche portuale –, combustione da attività domestiche, agricole, industriali. E quelle naturali: il trasporto di materiale terrigeno, tipico di determinate condizioni atmosferiche e geografiche. Ma soprattutto un ruolo cruciale è giocato dagli inquinanti “secondari”, come ammonio nitrato e ammonio solfato, non emessi direttamente ma generati da reazioni chimiche successive nell’atmosfera. Un nemico invisibile che lavora in silenzio, stringendo la morsa sulla nostra capacità di vedere lontano.

 

Dal Circeo, il progetto si è spostato verso le montagne, nella Riserva Naturale di Vincheto di Celarda, nel Parco Nazionale delle Dolomiti bellunesi. Un ecosistema completamente diverso, più umido e prealpino. Qui, la metodologia ha superato un banco di prova fondamentale: adattarsi alle condizioni ambientali variabili, mantenendo precisione e affidabilità.

 

Ma “Visibility” non è solo un esercizio tecnico. È un tassello strategico del più ampio progetto europeo LIFE MODERn(NEC), che punta a rispettare gli obblighi di riduzione delle emissioni e a monitorare gli impatti dell’inquinamento su foreste e acque dolci. In altre parole: dare sostanza alle norme europee, trasformando gli obiettivi in strumenti operativi reali.

 

La posta in gioco è alta. Non riguarda soltanto la tutela del paesaggio – pure fondamentale –, ma la capacità di dotare istituzioni, scienziati e cittadini di un indicatore immediato, leggibile e universale. Perché misurare quanto vediamo significa misurare quanto stiamo perdendo. E comprendere quanto dobbiamo ancora fare per restituire ai nostri parchi la nitidezza che meritano.

 
 

Lombardia, motore verde d’Italia: 100mila imprese nella transizione sostenibile

04-11-2025

La Lombardia si conferma il cuore pulsante della transizione ecologica italiana. Secondo i dati diffusi al Forum Regionale per lo Sviluppo Sostenibile, oltre 100 mila imprese lombarde hanno investito negli ultimi cinque anni in tecnologie green, efficienza energetica ed economia circolare. Si tratta di quasi un quinto del totale nazionale: un dato che racconta non solo la vitalità del tessuto produttivo regionale, ma anche la capacità di coniugare crescita e sostenibilità in un sistema industriale fortemente orientato all’innovazione.

 

Dietro i numeri c’è una strategia precisa. La Regione Lombardia ha attivato numerosi strumenti per accompagnare la svolta verde delle imprese, come la “Linea Impresa Efficiente”, che dal settembre 2025 sostiene le PMI impegnate a ridurre emissioni e consumi energetici. A questi si aggiungono incentivi per la produzione da fonti rinnovabili, la rigenerazione industriale e l’adozione di processi circolari.

 

I risultati iniziano a essere visibili: secondo Unioncamere Lombardia, il 70% delle aziende considera oggi la sostenibilità ambientale un elemento chiave della propria competitività, mentre una su cinque ha già introdotto pratiche strutturate di riduzione dell’impatto energetico

 

Ma il passo decisivo non è solo tecnologico. La vera sfida, per il sistema lombardo, è passare da una “sostenibilità di progetto” a una “sostenibilità di sistema”. Non basta installare pannelli fotovoltaici o cambiare i macchinari: serve ripensare i modelli di business, le catene di fornitura, i criteri di governance. Le imprese che integrano la sostenibilità nei propri processi decisionali, che formano personale con competenze green e che misurano i risultati in modo trasparente sono quelle destinate a consolidare il vantaggio competitivo.

 

Lombardia, del resto, parte da una posizione privilegiata. È la prima regione italiana per numero di brevetti legati alle tecnologie ambientali, la più attiva per numero di startup cleantech e quella che concentra la quota maggiore di export a basso impatto energetico. La capacità di innovazione si intreccia con la forza dei distretti industriali: dalla meccanica bergamasca alla chimica verde di Mantova, dall’idrogeno in Valtellina alla mobilità elettrica brianzola, ogni filiera sta cercando la propria via verso la neutralità climatica.

 

Questa evoluzione non riguarda solo le imprese ma anche le persone. Il capitale umano diventa la risorsa più strategica: secondo Unioncamere, nei prossimi cinque anni oltre 160 mila nuovi lavoratori lombardi dovranno possedere competenze green, dalla gestione energetica alla progettazione circolare. È un salto culturale, prima ancora che produttivo, che impone a università, ITS e imprese di lavorare insieme per creare le professionalità del futuro.

 

Eppure, le criticità non mancano. Le piccole imprese faticano ad accedere a bandi e finanziamenti, i costi di riconversione restano elevati e la burocrazia rallenta l’adozione delle innovazioni. Senza una governance regionale stabile e strumenti di monitoraggio condivisi, la corsa al green rischia di frammentarsi in tanti percorsi individuali. Ecco perché Regione Lombardia ha avviato un percorso di ascolto e di co-progettazione con le associazioni di categoria per definire una roadmap 2030 che renda la sostenibilità una componente strutturale del modello produttivo lombardo.

 

Il futuro è già scritto nella traiettoria che la regione ha imboccato: da locomotiva industriale a motore verde d’Italia. Il passo successivo sarà far sì che la sostenibilità non resti solo un’etichetta, ma diventi la spina dorsale della competitività lombarda. Perché chi oggi investe nel verde, domani investirà nel futuro.

Sostenibilità in azienda: quasi tutte le imprese italiane investono, ma quanti sono davvero ready?

28-10-2025

Nel 2025 il 94% delle aziende italiane ha aumentato o mantenuto il budget destinato ai progetti di sostenibilità, secondo l’indagine “Global Sustainability Survey” di BDO. Eppure, se l’impegno economico è massiccio, la maturità organizzativa resta assai variabile: solo il 25% delle aziende possiede un programma di sostenibilità ben strutturato. Tra le sfide troviamo la definizione di KPI, la formazione del management e l’allineamento strategico con governance e reportistica ESG.

 

Per il mondo delle imprese ciò significa che la sostenibilità è entrata nel bilancio, ma deve ancora entrare nel DNA. In pratica: non basta destinare risorse; serve promuovere cambiamenti culturali, processi integrati e misurazione reale degli impatti. Le aziende che pensano alla sostenibilità come brand o compliance rischiano di restare indietro rispetto a quelle che la considerano leva strategica per innovazione e competitività. In un contesto europeo sempre più regolamentato — con normative che vanno dall’ESG al regolamento EUDR, fino all’azione sul clima — adottare un approccio sistemico diventa condizione di sopravvivenza.

 

Le imprese italiane, dalle grandi alle PMI, devono dunque passare dalla “volontà” all’azione, dalla cifra stanziata alla governance operativa, dalla visione al modello integrato. Solo così potranno trasformare l’investimento in sostenibilità in reale vantaggio competitivo.

Italia in frenata verso l’Agenda 2030: il Rapporto ASviS 2025 su povertà, ecosistemi e governance

22-10-2025

Presentato il 22 ottobre 2025, il Rapporto ASviS dell’alleanza che raduna oltre 330 organizzazioni ha lanciato un allarme: l’Italia peggiora in sei Obiettivi su 17 dell’Agenda 2030, registra progressi limitati in altri e mostra segni di stallo o arretramento in ambiti chiave come povertà, ecosistemi, governance e disuguaglianze.

 

Segnalando che solo il 29% dei target specifici analizzati sono ancora raggiungibili e che oltre il 58% non verranno raggiunti, il Rapporto punta il dito: la sostenibilità viene «percepita più come un fastidio che come un investimento sul futuro». In ambito aziendale e istituzionale, ciò traduce l’urgenza di politiche coerenti, monitorate e integrate in modo sistemico. Per l’impresa si apre dunque una sfida: superare modelli episodici e attuare strategie strutturate, con governance, indicatori, trasparenza e competenze. Ma senza un’azione coordinata tra pubblico, privato e comunità, lo sforzo rischia di rimanere frammentato.

 

Il messaggio per le imprese è chiaro: non basta essere “green” nel marketing, serve essere sostenibili nel modello. Investire nella sostenibilità deve diventare parte della cultura d’impresa e non più un accessorio. In un’Italia che arranca, le aziende che sapranno cavalcare la trasformazione potranno distinguersi, contribuendo al contempo a un percorso necessario per il Paese e per le generazioni future.

Quando la settimana della sostenibilità diventa ponte per le imprese: riflessioni dall’ESDW 2025

13-10-2025

Il paesaggio italiano della sostenibilità si è animato tra il 18 settembre e l’8 ottobre 2025 grazie alla Settimana Europea dello Sviluppo Sostenibile (ESDW), che ha offerto un’occasione di confronto e azione per imprese, istituzioni e cittadini. In un momento in cui la transizione verde diventa imperativo non più rinviabile, la ESDW ha fornito uno spazio per mettere in relazione obiettivi strategici, pratiche concrete e cultura d’impresa.

 

Per le aziende questo significa trasformare la sensibilità ambientale in opportunità: partecipare a iniziative dedicate, declinare azioni di sensibilizzazione nelle filiere, misurare impatti e comunicare risultati. Non si tratta solo di adempimenti o “etichetta”, ma di integrare la sostenibilità nel cuore della missione aziendale. Il contesto italiano, tuttavia, mostra segnali contrastanti: non basta aderire alla settimana tematica, occorre che le imprese colgano il momento per consolidare visione strategica, formazione, governance e nuovi modelli di business. Le Pmi, in particolare, possono trovare nella ESDW uno stimolo per innovare processi, proporre soluzioni “green” e rafforzare la propria reputazione.

 

Il rischio resta che l’evento rimanga una vetrina episodica: diventa allora essenziale che le azioni abbiano ricadute durature, con indicatori, monitoraggio e trasparenza. Se così sarà, l’ESDW potrà essere un ponte verso un nuovo modo di fare impresa, che non addolcisce solo la relazione con la Terra, ma costruisce valore competitivo.

Efficienza energetica, la leva silenziosa che cambia il volto dell’impresa italiana

08-10-2025

C’è una transizione silenziosa che corre accanto a quella, più visibile, delle rinnovabili: è quella dell’efficienza energetica. Meno spettacolare dei parchi fotovoltaici o delle pale eoliche, ma altrettanto decisiva per ridurre i consumi e rendere competitivo il sistema produttivo italiano. Secondo il 14° Rapporto Enea, nel 2024 l’Italia ha centrato il 90% del target intermedio del Piano nazionale energia e clima (Pniec), risparmiando 4,5 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio: abbastanza per alimentare oltre quattro milioni di abitazioni.

 

A trainare il risultato sono stati soprattutto i bonus edilizi e gli incentivi per la riqualificazione energetica, che da soli hanno generato oltre 2,4 Mtep di risparmi. Il SuperEcobonus, pur ridimensionato, continua a pesare, ma crescono anche il Bonus Casa (+112%) e l’Ecobonus (+10%). In totale, gli interventi conclusi al 31 dicembre 2024 hanno coinvolto quasi 447 mila edifici, attivando investimenti per più di 107 miliardi di euro e generando risparmi annuali pari a 49,5 TWh di energia. Numeri che testimoniano come la sostenibilità sia diventata anche un motore economico.

 

Accanto all’edilizia, il Conto Termico mostra performance record, con oltre 120 mila richieste e 345 milioni di euro di incentivi erogati. Gli interventi hanno consentito di evitare 285 mila tonnellate di CO₂ e di risparmiare 100 ktep di energia finale. Più contenuto, invece, il contributo dei certificati bianchi, in calo del 42% sul 2023, ma comunque superiori agli obiettivi fissati dal Pniec.

 

L’efficienza energetica si afferma anche come leva industriale. Nel 2024, 569 imprese hanno caricato su Audit102 – il portale Enea dedicato alle diagnosi energetiche – oltre 850 audit, con un incremento del 14% rispetto all’anno precedente. Gli interventi di efficientamento hanno garantito risparmi per 76,9 ktep l’anno di energia primaria, segno che le imprese stanno progressivamente incorporando l’efficienza nei propri modelli di produzione.

 

A contribuire al risultato nazionale anche le politiche di mobilità sostenibile, che nel 2024 hanno generato risparmi per 0,43 Mtep, con una crescita del 7%. Il Marebonus e il Ferrobonus restano strumenti centrali per spostare quote di trasporto merci verso modelli meno energivori.

 

Per il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, “l’efficienza energetica non è solo un obiettivo ambientale, ma una condizione per la competitività del Paese”. Parole condivise da Francesca Mariotti, presidente Enea, secondo cui “l’efficienza è il motore di un cambiamento capace di coniugare sostenibilità e innovazione”.

 

 

Se la decarbonizzazione è la meta, l’efficienza è la strada maestra per arrivarci: un percorso fatto di tecnologia, formazione e consapevolezza, in cui le imprese italiane stanno dimostrando di saper fare la differenza.

Sistemi di accumulo in Italia: crescita, progetti e sfide per la transizione energetica

29-09-2025

Il mercato dei sistemi di accumulo in Italia sta vivendo una fase cruciale per la transizione energetica e la stabilità della rete elettrica. Negli ultimi anni, la rapida crescita delle fonti rinnovabili ha reso evidente la necessità di infrastrutture in grado di immagazzinare energia e rilasciarla quando necessario, riducendo problemi come sovrapproduzione, congestioni e curtailment. Secondo i dati di Terna, al 30 giugno 2025 nel nostro Paese erano installati circa 815mila sistemi di accumulo, per una capacità complessiva di 16.411 MWh, con un incremento del 69,3% rispetto allo stesso periodo del 2024.

 

Il mese scorso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha autorizzato sei progetti di sistemi di accumulo stand-alone per un totale di 648 MW distribuiti in Basilicata, Campania, Lazio e Puglia.Tra questi spicca il maxi-impianto da 280 MW che sarà realizzato a Melfi, mentre altre iniziative sono previste a Sessa Aurunca, Tuscania, Bisaccia, Benevento e Andria, con tecnologie basate su container modulari, sistemi di conversione e infrastrutture di monitoraggio avanzate. In parallelo, il 30 settembre 2025 segnerà una tappa importante con la prima asta del MACSE, il nuovo mercato a termine degli stoccaggi ideato da Terna per garantire 10 GWh di capacità entro il 2028, con particolare attenzione alle regioni del Sud Italia.

 

L’obiettivo è rendere il sistema elettrico più flessibile e sicuro, utilizzando soprattutto batterie elettrochimiche per coprire i picchi di domanda e integrare meglio le rinnovabili. Il fermento riguarda anche l’industria: Eni e Seri Industrial hanno avviato la joint-venture Eni Storage Systems per sviluppare un polo produttivo di batterie al litio ferro fosfato a Brindisi, con una capacità prevista di oltre 8 GWh/anno. Il progetto, oggi in fase di ingegneria e valutazioni economiche, dovrebbe entrare nella fase esecutiva dal 2026 e si integrerà con lo stabilimento di Teverola, in provincia di Caserta, creando una filiera nazionale delle batterie. Anche il settore del riuso sta avanzando, come dimostra il sistema “Pioneer” inaugurato lo scorso giugno all’aeroporto di Roma Fiumicino da Enel e ADR: una delle più grandi installazioni europee basate su batterie di auto elettriche a fine vita, capace di accumulare 10 MWh e di ridurre circa 16.000 tonnellate di CO2 in dieci anni.

 

L’Italia si trova così di fronte a una doppia sfida: da un lato accelerare sugli investimenti infrastrutturali e industriali per rispondere al fabbisogno di accumulo stimato, dall’altro costruire una filiera competitiva e sostenibile che riduca la dipendenza dall’estero. In questo scenario, i sistemi di accumulo non sono più un tassello accessorio, ma una condizione imprescindibile per il successo della transizione energetica e per garantire la sicurezza della rete elettrica nazionale, soprattutto in vista degli obiettivi europei di decarbonizzazione e dell’incremento previsto della generazione rinnovabile.

ITS, sostenibilità e lavoro: sette nuovi percorsi formativi

17-09-2025

Il mercato del lavoro richiede sempre più figure professionali green: lo dimostrano i dati relativi agli ultimi anni. In particolare, il rapporto GreenItaly 2024 evidenzia come nel 2023 le figure professionali legate alla green economy abbiano rappresentato il 13,4% degli occupati totali, circa 3,1 milioni di persone. Le imprese italiane cercano sempre più figure professionali, anche di prima esperienza, capaci di coniugare innovazione, rispetto dell’ambiente e nuove tecnologie.

 

E il mondo della formazione si è già adeguato alle nuove esigenze. I giovani che si affacciano al mondo del lavoro devono essere pronti. “Le aziende oggi cercano profili ibridi e specializzati – afferma Umberto Lonardoni, direttore generale di Ifoa – come tecnici per la sostenibilità e il controllo qualità nelle filiere agroalimentari, esperti in gestione energetica, logistica sostenibile, digitalizzazione dei processi produttivi con attenzione all’impatto ambientale”. Per questo motivo Ifoa, ente di formazione e agenzia per il lavoro, organizza diversi percorsi formativi che valorizzano gli aspetti professionali legati alla sostenibilità, ormai sempre più spesso in connessione con l’innovazione digitale. È la cosiddetta twin transition, dove competenze green e digitali si intrecciano per accompagnare le imprese verso modelli di sviluppo più competitivi e responsabili. La riduzione degli impatti ambientali, infatti, passa sempre più dall’uso di tecnologie digitali, dall’analisi dei dati per ottimizzare i consumi energetici fino alla digitalizzazione dei processi produttivi per ridurre sprechi e risorse. Ci sono anche ruoli che, pur non essendo green in senso stretto, hanno in realtà un forte legame con i temi Esg, come il safety and environment manager, esperto di salute e sicurezza con focus sulla tutela ambientale, contribuendo a un futuro più sicuro e sostenibile.

 

Spesso non si tratta di nuove professioni, ma di nuove competenze trasversali richieste in molti settori, dalla manifattura all’agroindustria. Per distinguersi, un candidato deve valorizzare nel proprio curriculum esperienze pratiche, conoscenze tecniche specifiche ma anche soft skills legate alla sostenibilità: project work, stage in aziende green, certificazioni digitali e ambientali, conoscenza di normative Esg faranno la differenza, ma anche saper comunicare il proprio impegno per l’ambiente, non solo ideologico ma concreto, può essere oggi un fattore decisivo in fase di selezione. Ma un green job non è solo una carriera: percorsi del genere rappresentano una scelta di valore che inizia dalla formazione post diploma o post laurea. L’offerta formativa green di Ifoa sarà presentata da Simona Maretti, direttrice dell’ITS Academy Agroalimentare, mercoledì 18 settembre nell’ambito della Green Week, al Planet Art Camp di Green Planner, che si svolge presso il Dipartimento di scienze dell’ambiente e della Terra, in piazza della Scienza 1, Edificio U1-Atlas - aula 09.

 

Simona Maretti, direttrice dell’ITS Academy Agroalimentare, commenta: “La sostenibilità non è più un tema accessorio, ma un criterio che attraversa ogni settore produttivo, e la formazione deve saper tradurre questa esigenza in competenze operative. Un green job non è solo un titolo professionale, ma una scelta che unisce carriera e responsabilità verso ambiente. Con i nostri corsi ITS e IFTS vogliamo accompagnare i giovani a costruire percorsi che vanno dall’innovazione tecnologica alla valorizzazione del territorio, offrendo opportunità di inserimento rapido nel mondo del lavoro e contribuendo al tempo stesso agli obiettivi di sostenibilità delle imprese.”

Rinnovabili: tra semplificazione e nuove opportunità, l’Italia accelera la transizione

12-09-2025

Il futuro dell’energia non è più una prospettiva lontana: è già qui.

 

Nel 2024, secondo Irena, il 91% dei nuovi impianti a livello globale è stato realizzato da fonti rinnovabili. Un segnale chiaro: la direzione è segnata. Perché le rinnovabili non sono solo una risposta alla crisi climatica, ma anche la leva più concreta per ridurre i costi energetici, stimolare innovazione e creare occupazione qualificata.

 

In questo scenario il governo italiano ha approvato un decreto che semplifica gli iter autorizzativi, correggendo le criticità del Testo unico sulle rinnovabili entrato in vigore a fine 2024. Le nuove regole consentono di accelerare rifacimenti e potenziamenti fino al 15% della capacità, rafforzano le compensazioni per i Comuni e chiariscono i rapporti con la normativa edilizia. Un intervento che, nelle parole del ministro Gilberto Pichetto Fratin, «rimuove ostacoli e dà sprint al settore», favorendo così la crescita degli impianti green e la diffusione delle tecnologie di accumulo.

 

Il contesto internazionale impone infatti di correre: nel 2024 la capacità rinnovabile installata ha raggiunto i 582 GW, con l’Asia in testa e l’Europa a quota 850 GW. Per centrare i target 2030 occorrerà più che raddoppiare gli investimenti, dai 668 miliardi di dollari attuali a 1.500. Un impegno che porterà con sé anche un impatto occupazionale positivo, fino a 30 milioni di posti di lavoro.

 

Per l’Italia, semplificazione burocratica e convenienza economica sono i due binari su cui spingere. Come ricorda Ermete Realacci, presidente di Symbola, in un'intervista di oggi su Il Sole 24 Ore, «le rinnovabili, se fatte bene, convengono a tutti i livelli». Per le imprese lombarde ed europee è l’occasione di rafforzare competitività e sostenibilità, senza perdere il treno di quella che è ormai la vera economia del futuro.

L’Italia dei data center: energia, efficienza, sostenibilità per la transizione digitale

05-09-2025

Presentati a Cernobbio i risultati del Position Paper realizzato da TEHA Group in collaborazione con A2A 

 

La rapida espansione della connettività e l’adozione su larga scala di tecnologie digitali (cloud, IoT e Intelligenza Artificiale) stanno generando una crescita senza precedenti nella domanda di dati da gestire ed elaborare, rendendo i data center infrastrutture strategiche per la competitività e la transizione digitale. La sfida è riuscire a trasformare impianti altamente energivori (nel 2035 potrebbero raggiungere il 4% dei consumi elettrici globali, il 13% in Italia) in alleati della sostenibilità urbana. Nel mondo si contano 10.332 data center, di cui più di 2.200 in Europa. L’Italia si posiziona al 13° posto con 168 strutture: la Lombardia emerge come polo strategico in rapida crescita, con Milano che concentra il 46% della potenza nazionale, già davanti a città come Madrid e Zurigo. Quattro le leve strategiche di efficienza individuate per garantire uno sviluppo sostenibile dei data center: recupero di calore, utilizzo di aree brownfield, PPA per rinnovabili e valorizzazione dei RAEE. In uno scenario di pieno sviluppo una loro applicazione integrata consentirebbe un risparmio complessivo di 5,7 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno con un beneficio economico stimato di circa 1,7 miliardi di euro. Il solo recupero del calore di scarto dei data center potrebbe alimentare le reti del teleriscaldamento coprendo il fabbisogno termico di circa 800.000 famiglie, evitando l’emissione di 2 milioni di tonnellate di CO₂, pari a oltre il 5% delle emissioni degli attuali consumi residenziali. Un contributo concreto alla decarbonizzazione del settore. Sul fronte economico, lo sviluppo del settore in Italia potrebbe contribuire dal 6% al 15% della crescita annuale del PIL nazionale, abilitando fino a 150.000 posti di lavoro diretti, indiretti e indotti e rafforzando la competitività digitale del Paese.  

Esperienza dal Veneto, Fòrema e il Bilancio di Sostenibilità costruito sulla parità di genere

29-08-2025

Fòrema, ente di formazione di Confindustria Veneto Est, presenta il suo secondo Bilancio di Sostenibilità, evidenziando i risultati ottenuti nel periodo 2023-2024. Tra questi spicca il drastico calo del 21% nel consumo di energia elettrica presso la sede di Padova, passato da 66.576 kWh a 52.327 kWh in un anno, a fronte di un obiettivo iniziale del -5%. Questo importante risultato è stato raggiunto grazie all’introduzione di un vademecum anti-sprechi energetici per i dipendenti. Il report evidenzia anche il conseguimento della certificazione UNI/PdR 125:2022 per la parità di genere, raggiunto grazie a politiche su equità salariale, welfare, conciliazione vita-lavoro e smart working.

 

Con l’80% dei suoi 45 dipendenti a tempo indeterminato costituito da donne (36 su 45, con un incremento netto di due risorse rispetto all’anno precedente), Fòrema si conferma un punto di riferimento per percorsi formativi ESG, progetti europei e innovazioni nel welfare aziendale. Tra i prossimi obiettivi figura, inoltre, l’introduzione di indicatori specifici per misurare il rendimento di ogni euro investito in formazione e sicurezza sul lavoro. “Un modello di formazione responsabile che guarda all’impatto reale, ambientale e sociale, di ogni euro speso”, sottolinea Matteo Sinigaglia, Direttore Generale di Fòrema. Grande attenzione è dedicata anche al welfare aziendale interno, con un significativo ampliamento delle misure a sostegno dei dipendenti. Negli ultimi dodici mesi si sono registrati i seguenti dati: +15% di flessibilità oraria grazie a modalità di lavoro più flessibili; +22% di ore di formazione continua fruite dal personale; introduzione di buoni pasto e di sistemi di MBO (Management By Objectives) per incentivare le performance; nuove iniziative per il benessere psicofisico, tra cui corsi di yoga e mindfulness. In ottica di rafforzamento della vocazione internazionale, Fòrema ha partecipato a progetti europei come HR PLUS (per l’innovazione inclusiva delle risorse umane) ed Emma4EU (per la formazione agli acquisti sostenibili e la lotta alla deforestazione).

 

Questi percorsi rendono Fòrema un nodo attivo nelle reti europee, in grado di offrire alle imprese accesso a strumenti e risorse altrimenti difficilmente reperibili. Parallelamente, il rapporto con la comunità locale si è rafforzato attraverso corsi gratuiti dedicati a NEET e persone disoccupate, l’organizzazione di eventi culturali e un incremento del 60% nelle collaborazioni con istituti scolastici rispetto al 2023. Fòrema ha consolidato il proprio ruolo di leader nella formazione ESG, sviluppando percorsi specialistici su Life Cycle Assessment (LCA), Environmental Product Declaration (EPD), Intelligenza Artificiale ed ecodesign. Questo know-how supporta le imprese nell’affrontare obblighi normativi sempre più stringenti – come la Direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) e la misurazione della carbon footprint – trasformandoli in leve di competitività. Il prossimo passo, già in cantiere, riguarda l’integrazione della sostenibilità nella progettazione stessa dei percorsi formativi. Fòrema sta lavorando a corsi ideati secondo criteri LCA, alla creazione di un catalogo formativo con l’impronta ambientale calcolata per ciascun corso, e a sistemi per tracciare l’impatto sociale post-formazione (nuove assunzioni, upskilling femminile, inclusione NEET). Ma non solo. Dal prossimo anno il bilancio di Fòrema conterrà anche indicatori specifici sul rendimento di ogni euro investito in sicurezza sul lavoro, così da misurarne l’efficacia in termini di impatto reale. Sarà un ulteriore passo verso una cultura della formazione sempre più orientata ai risultati. Si stima infatti che per ogni euro investito in formazione e sicurezza vi sia un ritorno di almeno 1,15 euro nel business aziendale: la formazione non solo migliora la qualità del lavoro, ma rende anche le imprese più redditizie.

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